XXXVI, 1, 2026: The Psychophysical Adventure. From Wolff to Behaviorism. A cura di Chiara Russo Krauss e Giuseppe Guastamacchia
Con lo sviluppo della scienza moderna, lo scopo della conoscenza si spostò da un sapere delle qualità a un sapere delle quantità e la vecchia ontologia delle essenze cedette il posto a una comprensione della natura fondata su leggi matematiche. La fisica giunse a incarnare questo approccio nella sua forma più compiuta, diventando così un potente modello epistemico per le altre discipline. Tuttavia, poiché tale modello si basava sull’indagine di elementi fondamentalmente quantitativi – i corpi e il loro movimento – restava aperta la questione se esso potesse essere esteso al di là del dominio della natura fisica. La psiche, in particolare, sembrava appartenere a un ordine del tutto diverso: in quanto regno della coscienza, essa era considerata quasi per definizione non spaziale, immateriale e non quantificabile.
Per questa ragione, il termine “psicofisica” contiene qualcosa di quasi paradossale, riunendo in un’unica parola due domini spesso ritenuti inconciliabili. In quanto tale, esso dà voce a una sfida: la scommessa teorica che la distanza che separa la conoscenza del fisico da quella del mentale possa es-sere colmata, e che il paradigma quantitativo che aveva trasformato la conoscenza della natura possa essere esteso al dominio della coscienza. Pertanto, sebbene il termine “psicofisica” sia entrato nel dibattito scientifico nel 1860, con la pubblicazione degli Elemente der Psychophysik di Gustav Theodor Fechner, esso indica una linea di pensiero ben più longeva, nella quale la comprensione matematica della natura incoraggiò a più riprese il tentativo di ricondurre il dominio mentale entro l’ambito della conoscenza fisica.
Già nel Settecento, la Psychologia empirica (1732) e la Philosophia practica universalis (1738-39) di Christian Wolff avevano posto le fondamenta di una psychometria concepita come conoscenza matematica della mente umana. Nel corso dello stesso secolo, Johann Gottfried Herder, Johann August Eberhard, Johann Nicolaus Tetens e Friedrich Schiller discussero la continuità tra stimolo fisico e sensazione psichica, attingendo ai lavori di scienziati come Albrecht von Haller e Johann Heinrich Lambert.
Questi dibattiti spinsero Kant a chiedersi, nei Primi principi metafisici della scienza della natura (1786), se la psicologia potesse mai diventare una forma di conoscenza matematizzata al pari della fisica. La sua risposta fu no-toriamente negativa: la psicologia, egli sosteneva, non poteva essere una scienza in senso proprio poiché l’esperienza interna è priva di estensione spaziale. Per quanto fosse stato formulato con il consueto tono risolutivo tipico degli scritti kantiani, tale verdetto non pose fine alla questione. Anziché fungere da pietra tombale per il progetto di una fisica della psiche, esso agì piuttosto come un catalizzatore per quei pensatori che cercarono di mostrare, contro Kant, che anche la mente poteva diventare oggetto di conoscenza matematica. Nel prosieguo del dibattito ottocentesco, la breve discussione delle “Anticipazioni della percezione” nella Critica della ragion pura, in cui Kant sosteneva che le sensazioni possiedono gradi di grandezza intensiva, si sarebbe rivelata ben più influente della negazione esplicita, contenuta nei Primi principi metafisici, della possibilità di matematizzare la psicologia.
Nel corso del XIX secolo, l’“interdetto” kantiano contro la matematizzazione della vita mentale fu contestato da più fronti. Uno dei primi e più influenti tentativi di riaprire la possibilità di una psicologia matematica fu la meccanica psichica elaborata da Johann Friedrich Herbart, che trattando le rappresentazioni alla stregua di forze quantitative capaci di agire dinamicamente le une sulle altre aspirava a rendere possibile la formulazione di leggi analoghe a quelle della scienza fisica. La sua Psychologie als Wissenschaft (1825) introdusse nozioni come “forza rappresentativa”, “soglia della coscienza”, “inibizione” (Hemmung) e “rimozione” (Verdrängung) che fornirono un apparato concettuale non solo ai seguaci e prosecutori diretti della psicologia herbartiana, come Moritz Wilhelm Drobisch o Ludwig Strümpell, ma anche alla psicofisica di Fechner e, non da ultimo, alla psicodinamica di Sigmund Freud.
Mentre il programma di Herbart mirava a matematizzare la mente trattando le rappresentazioni e la loro dinamica interna direttamente in termini quantitativi, senza fare appello al loro substrato neurale o fisico, la psicofisica di Fechner era concepita programmaticamente come la “dottrina esatta delle relazioni tra anima e corpo”. Secondo tale impostazione, l’intensità della sensazione poteva essere espressa matematicamente come funzione della corrispondente intensità degli stimoli fisici e, più in generale, l’intensità dell’attività mentale poteva essere espressa, almeno in linea di principio, come funzione della corrispondente attività fisiologica o neurale, sebbene una tale psicofisica interna rimanesse ancora un compito da realizzare. Pertanto, nel pensatore a cui il termine “psicofisica” è più strettamente legato, questa disciplina si presentava già con un duplice significato: da un lato, come conoscenza quantitativa della mente orientata alla formulazione di leggi matematiche sul modello della fisica; dall’altro, come studio della mente dal punto di vista della sua connessione con il substrato corporeo, sulla base dell’assunzione di uno stretto parallelismo tra l’attività psichica e il suo correlato fisico-fisiologico.
In entrambi i sensi, la psicofisica era strettamente connessa al contemporaneo sviluppo della psicologia sperimentale e fisiologica. A differenza della meccanica mentale di Herbart, che si presentava come un’impresa prevalentemente teorica, le prime conquiste della psicofisica – prima fra tutte la formulazione della legge di Weber-Fechner – furono il risultato di indagini sperimentali. Al tempo stesso, le ricerche sul funzionamento dell’apparato sensoriale condotte da Johannes Peter Müller e la sua scuola, su cui spiccano Hermann von Helmholtz ed Emil Du Bois-Reymond, contribuirono in modo decisivo all’affermarsi di uno studio scientifico della mente fondato su dati rigorosi, quantitativi e acquisiti sperimentalmente, nonché strettamente legato ai processi nervosi. Basti pensare che persino autori come Helmholtz e Wilhelm Wundt – pur sottolineando che la dimensione del mentale possiede un carattere qualitativo e creativo non riducibile alla misurazione né accessibile attraverso un approccio modellato esclusivamente sulla fisica – non rinunciarono ad avvalersi di metodi sperimentali, dati quantitativi e prospettive fisiologiche. Ad esempio, gli esperimenti di Wundt sui tempi di reazione miravano a collocare l’introspezione entro un ambito di controllo sperimentale e all’interno di un quadro quantitativo, spostando però il problema centrale della psicofisica dalla misura diretta dei contenuti mentali a quella della durata temporale dei processi psichici.
In effetti, il dibattito sulla possibilità della psicofisica ruotava attorno al nodo cruciale della misurabilità dei contenuti mentali. Da un lato, i sostenitori di una psicologia matematizzabile ricorrevano a strategie diverse per quantificare i processi psichici: Herbart considerava le rappresentazioni alla stregua di forze; Fechner si affidò alle differenze appena percettibili; Wundt ricorse ai tempi di reazione. Sul fronte opposto, invece, si insisteva sul carattere irriducibilmente qualitativo dell’attività cosciente. Wilhelm Dilthey, per esempio, insistette sulla differenza tra il carattere quantitativo dei processi fisici e il carattere proprio del vissuto dell’esperienza umana, nonché sulla conseguente distinzione fondamentale tra scienze naturali e Geisteswissenschaften. Franz Brentano, nella Psicologia dal punto di vista empirico (1874), sostenne negli stessi anni che la psicofisica non misura davvero i fenomeni mentali in senso stretto, bensì soltanto contenuti fisici – quali colori, suoni, gradi di calore –, finendo così per perdere sistematicamente di vista il proprium dei fenomeni psichici, ossia la loro relazione intenzionale con un oggetto immanente.
Carl Stumpf, uno dei primi maestri di Edmund Husserl e a sua volta profondamente debitore nei confronti di Brentano, condusse un’analisi fenomenologica delle qualità tonali che metteva anch’essa in discussione la riduzione dell’esperienza sensoriale a mere differenze quantitative. Guardando al di fuori della Germania, basti pensare al Saggio sui dati immediati della coscienza (1889) di Henri Bergson, che portava avanti una critica articolata al programma psicofisico, sottolineando che ciò che chiamiamo una maggiore o minore intensità della sensazione non è una differenza quantitativa tra unità omogenee, bensì una trasformazione qualitativa dell’esperienza vissuta. Da ciò Bergson concludeva che la psicofisica è possibile soltanto spazializzando la coscienza e costringendo il fluire continuo della vita interiore entro termini esteriori, numerici e misurabili.
Come già accaduto con l’interdetto kantiano, queste critiche non portarono ad accantonare la sfida della psicofisica, ma piuttosto ad approfondire, raffinare e riformulare il progetto di uno studio scientifico e quantitativo della mente, aprendo così la strada a nuovi modi di pensare la relazione tra il mentale e il fisico. Alcune tendenze innovative della psicologia sperimentale cercarono, ad esempio, di conciliare l’uso di metodi rigorosi con una comprensione meno riduzionistica della vita mentale, attraverso l’adozione di questionari, protocolli introspettivi e analisi statistiche. La Denkpsychologie di Oswald Külpe si avvalse di strumenti simili per indagare sperimentalmente le funzioni mentali superiori. Anche la psicologia della Gestalt rimase pienamente inserita nell’orizzonte della ricerca sperimentale, pur mettendo in discussione il presupposto elementaristico secondo cui la percezione può essere spiegata attraverso una relazione costante tra stimolazione locale e sensazione elementare, concependola invece come un tutto organizzato, governato da proprie leggi strutturali. Il comportamentismo propose una soluzione ancora più radicale: se la coscienza non poteva essere trasformata in un oggetto pubblicamente osservabile e sperimentalmente controllabile, la psicologia scientifica poteva ridefinire del tutto il proprio ambito, concentrandosi non sull’esperienza interiore, ma sul comportamento osservabile e sulle relazioni tra stimoli e risposte.
Tuttavia, il dibattito sulla psicofisica non favorì soltanto importanti sviluppi nella storia della psicologia, ma ebbe anche ripercussioni filosofiche più ampie. Esso, infatti, non riguardò mai soltanto questioni proprie di una nuova disciplina allo stato embrionale e, pertanto, destinate a essere risolte dai successivi progressi scientifici nell’ambito della psicologia sperimentale, della fisiologia o delle neuroscienze. Piuttosto, portò alla luce, riformulandoli in termini nuovi, una serie di problemi filosofici persistenti riguardanti la distinzione e il rapporto tra fenomeni fisici e fenomeni psichici.
Per questo motivo, molte questioni discusse dai pensatori impegnati nel dibattito sulla psicofisica sono vive e attuali ancora oggi, così che una ricognizione storico-filosofica di questi dibattiti non costituisce un mero esercizio storiografico, ma può aiutarci a comprendere perché tali questioni abbiano continuato a riproporsi e come siano state via via riformulate, mentre i progressi della psicometria e della neurofisiologia trasformavano lo studio scientifico della mente nel Novecento.
Questi problemi riguardano, in primo luogo, il significato stesso della misurazione quando applicata alla vita mentale. Che cosa misura esattamente la psicofisica? La sensazione stessa, o soltanto lo stimolo fisico che la genera? Una grandezza psichica, un correlato fisiologico, un tempo di reazione, una soglia di discriminazione o una risposta comportamentale?
Un secondo problema concerne la relazione tra il fisico e lo psichico, che può essere intesa come continuità, corrispondenza, dipendenza funzionale, parallelismo, interazione causale o differenza qualitativa irriducibile. Se il mentale è continuo rispetto al fisico o analogo a esso, allora sembra prestarsi alla matematizzazione; se vi corrisponde soltanto, la questione diventa come coordinare due ordini diversi di fenomeni; se è qualitativamente irriducibile, allora la psicofisica rischia di perdere di vista il carattere autentico dei processi mentali.
Strettamente connesso a questo è il problema del riduzionismo. I contenuti psichici possono essere spiegati in termini rigorosamente scientifici senza rischiare di essere appiattiti in una prospettiva fisiologica? È possibile trattare i fenomeni di coscienza come parte dell’ordine naturale preservando al contempo ciò che li caratterizza: il loro carattere qualitativo, la loro intenzionalità, la loro datità soggettiva, la loro relazione con la libertà del volere e il significato valoriale? Furono domande come queste a fare della psicofisica un banco di prova essenziale per le controversie più ampie sul materialismo, il parallelismo, il dualismo e il fisicalismo.
Un ulteriore problema è quello dell’elementarismo. Difatti, la possibilità di misurare i contenuti psichici è strettamente connessa al presupposto che la vita mentale possa essere analizzata in unità fondamentali. Pertanto, nonostante le ricorrenti polemiche contro il modello antiquato della psicologia associazionista, i tentativi ottocenteschi di fondare lo studio della mente su basi scientifiche continuarono spesso ad accompagnarsi alla ricerca dei suoi elementi fondamentali. Di qui le rinnovate critiche di quanti sottolineavano come la mente sia un ambito in cui l’insieme determina il significato e la funzione delle parti, e non viceversa.
Tutti questi problemi rinviano, infine, alla questione del metodo. Se la vita mentale non può essere colta dalla misurazione, o dalla sola misurazione, quali altre vie si rendono necessarie? L’esperimento, l’introspezione controllata, i questionari, la descrizione fenomenologica e la comprensione ermeneutica emersero via via come vie d’accesso alternative alla mente, ora concorrenti, ora complementari. Da questo punto di vista, la storia della psicofisica non è soltanto la storia di un tentativo di quantificare la coscienza, ma anche la storia del pluralismo metodologico sorto dai limiti della sola quantificazione.
La persistenza di questi problemi filosofici si accompagna anche alla circolazione dei concetti-chiave forgiati per affrontarli. Da questo punto di vista, lo sviluppo della psicofisica non ha soltanto messo in evidenza questioni ancora filosoficamente vive, ma ha anche prodotto un lessico che è migrato attraverso il tempo e le discipline, acquisendo nuovi significati in contesti differenti. La nozione herbartiana di inibizione (Hemmung), introdotta originariamente per descrivere la dinamica delle rappresentazioni in conflitto, fu successivamente trasformata in neurofisiologia e nella metapsicologia freudiana. Il concetto di soglia (Schwelle) seguì una traiettoria altrettanto significativa: dalla soglia della coscienza herbartiana al limen della misurazione psicofisica di Fechner, esso divenne un dispositivo centrale per articolare la relazione tra stimolo, sensazione, coscienza e processi inconsci, e continua ancora oggi a svolgere un ruolo importante nei modelli neurofisiologici e computazionali fondati su meccanismi di attivazione e soglia. La storia della psicofisica è dunque anche la storia di concetti la cui vita teorica ha ecceduto le intenzioni dei loro primi autori.
I saggi raccolti in questo volume affrontano questa storia e questi problemi da prospettive diverse ma convergenti, coniugando l’analisi concettuale con la storia della filosofia e con la storia e filosofia delle scienze. Nel loro insieme, essi mostrano che la psicofisica non fu semplicemente un episodio agli albori della psicologia moderna, ma un cruciale punto di tensione all’interno della modernità stessa. Se, come detto, la scienza moderna aveva identificato il proprio ideale conoscitivo con la quantificazione e la formulazione di leggi matematizzate, ciò che caratterizza la filosofia moderna è il suo mettere al centro la coscienza e il soggetto conoscente. Da questo punto di vista, la psicofisica rappresenta il punto di intersezione di queste due traiettorie, nella misura in cui pone la questione se il paradigma conoscitivo che ha trasformato la conoscenza della natura possa essere esteso a quel dominio che la filosofia moderna aveva fatto proprio: l’esperienza interiore, la coscienza e la soggettività.
Per tutte queste ragioni, la psicofisica non è affatto un capitolo chiuso. È piuttosto un campo in cui filosofia, psicologia, fisiologia e storia delle scienze continuano a incontrarsi, e le cui questioni, lungi dall’aver esaurito la propria forza teorica, richiedono ancora un’indagine attenta e sistematica.
Indice
(cliccando sul titolo si può leggere l’abstract)
Chiara Russo Krauss, Giuseppe Guastamacchia, Introduzione
Paul Ziche, ‘Thresholds’: From Psychology and Psychophysics to the Human
Micaela Bellizzi, La psychometria tra ontologia, psicologia e pratica: Wolff e la scuola wolffiana alla soglia tra gradus e mensura
Ruben Norloos, The First Parallelist Interpretations of Spinoza
Riccardo Martinelli, Fechner, Spinoza e il superamento del parallelismo
Guillaume Fréchette, Psychophysics and Its Discontents: Fechner and the School of Brentano
Chiara Russo Krauss, Fechner and Wundt on Conservation of Energy and Free Will
Juan David Millán, “Physiologists Had Been Mistaken or Had Even Strayed From the Path”. An Analysis of Early Wundt’s Critiques of Induction in Physiology and Its Philosophical Principles (1858-1866)
Giuseppe Guastamacchia, From Psychomechanics to Freudian Theory: Ludwig Strümpell on Physical Stimuli and Dream State
Basil Vassilicos, Gradients of Perceptual Noise: Considerations from Karl Bühler’s
Lino Rossi, Annibale Pastore fra logica e psicofisica: il calcolo psicofisico a tre variabili
Brenda Cardoso Soares, Constancy Hypothesis.: Psychophysics and Gestalt
Luca Guidetti, Aspetti fenomenologici nella psicologia della forma: il problema interno-esterno

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